Brain rot: persone e aziende saranno sempre più stupide?

Brain rot, il peso del rumore digitale sulle aziende italiane.
Viviamo in un’era di possibilità digitali senza precedenti, ma anche di distrazioni pervasive come quelle espresse dal Brain Rot che affronteremo nelle righe seguenti.
Per iniziare la riflessione è doveroso precisare che in Italia, con sempre più milioni di utenti attivi online (82,2 milioni di connessioni cellulare e 53,3 milioni utenti utilizzatori di internet), questa irripetibile situazione offre opportunità immense per chiunque. Dalle aziende di piccole e medie dimensioni fino agli Enti locali, accumunati dalla stessa enorme occasione.
Eppure, un fenomeno insidioso minaccia di offuscare l'enorme potenziale delle realtà italiane, con significativi effetti negativi sia a livello locale che mondiale. Considerando ovviamente che l'Italia, nelle sue infinite specificità, è sempre al centro degli interessi di tutti.
Si consideri un manager a Milano che basa una campagna pubblicitaria su informazioni, non verificate, provenienti da social media. Oppure un imprenditore a Napoli che viene spinto da qualche "guru influencer" ad investire in un e-commerce, che sicuramente chiuderà nel giro di poco tempo, senza analizzare il mercato.
Ebbene, queste scelte, spesso inefficaci, riflettono un sovraccarico di contenuti di scarso valore che annebbia il pensiero strategico e sono l'effetto di tutte quelle distrazioni di cui daremo conto in questo articolo.
...ma prima di farlo, ricordiamo anche che gli italiani trascorrono quasi 7 ore al giorno su dispositivi digitali, di cui oltre 2 ore sui social media.
Il rumore digitale: un serio ostacolo alla crescita.
Il termine Brain Rot, coniato nel 1854 da Henry David Thoreau, descriveva l’appiattimento cognitivo causato da idee troppo semplici. Oggi, nel 2025, il concetto è tornato attuale, alimentato da un overload informativo che satura le menti come confermato da una recente ricerca dell'Università di Oxford, che ha portato sotto i riflettori i contenuti a basso valore.
Quelli veicolati ad esempio da social media come TikTok o Instagram, in cui tutti possono "precisare" qualsiasi cosa, anche in assenza di reali competenze ed esperienze. Sia in ambiti riferiti alla sfera privata, come in quelli professionali, considerando ovviamente che le aziende sono condotte da persone fisiche.
In Italia, il 72% degli utenti è esposto a contenuti di scarso valore – meme, video virali, post superficiali – che riducono la capacità di concentrazione (Pew Research Center). Questo fenomeno non risparmia tra l'altro le aziende perché il 65% dei manager sembra basare le decisioni su informazioni non verificate, recuperate dagli inconcludenti social, portando a strategie che sprecano fino al 40% del budget investito nella dissanguante pubblicità digitale.
Tutto confermato dai contributi offerti da Harvard Business Review e Forrester.
Il problema è quindi più che serio e reale: è drammatico!
L’evoluzione dei comportamenti umani.
Partiamo da una realtà semplice e significativa: TikTok, Instagram, YouTube. Tre piattaforme che solo loro catturano l'attenzione dell'utente medio per oltre due ore al giorno, già impegnato nel suo complesso a interagire quotidianamente 6 ore e 46 minuti con il telefono.
Naturalmente sette giorni su sette per 365 giorni all'anno, che per le aziende in verità, è un'enorme opportunità.
Ebbene, gli algoritmi sembrano conoscere cosa l'utente target vuole prima ancora che lui stesso lo sappia, agganciandolo e spingendolo verso una spirale di attenzione e consumo immediato quasi compulsivo. Che impatta quindi positivamente molto bene sulle grandi multinazionali come Amazon, Shein, eccetera ed in maniera estremamente negativa, anzi distruttiva, sull'ambiente che ci circonda.
Invitiamo tutti a tal riguardo alla visione del film/documentario "Buy Now", presente su un noto broadcaster digitale, per capire cosa stiamo precisando.
Detto ciò, gli utenti oggi sono bombardati continuamente da una pioggia di contenuti creati massivamente in serie senza alcun impegno dai tanti tool AI, senza riflettere sul loro impatto e quindi anche sul conseguente Brain Rot.
Pertanto è solo una questione di naturale efficienza evolutiva come sbandierato da alcuni, o stiamo attaccando la capacità di pensare dell'essere umano?
Che ruolo ha l’intelligenza artificiale?
Non è una novità che l'essere umano tenda verso il piacere immediato, la semplificazione e il "tutto e subito" senza impegno. Un perfetto invito a nozze nell'era dell'intelligenza artificiale, per creare contenuti che amplificano il Brain Rot e la "lobotomizzazione" di massa.
Con strumenti facilmente accessibili per creare contenuti anche da chi non ha una formazione specifica, chiunque è infatti in grado di generare con l'AI montagne di articoli, immagini e video senza contenuti e valore aggiunto. Ovviamente solo per tentare di monetizzare la visualizzazione di un video creato senza sforzo e senza competenze, come via alternativa al lavoro tradizionale.
Il riferimento va all'infinità di tiktoker, youtuber e instragrammer che ogni giorno crescono come funghi.
Nel 2024, il 60% dei contenuti online è stato generato da AI, ma solo il 15% ha offerto un valore reale, come report o articoli informativi. Articoli automatici, campagne pubblicitarie ripetitive, o video virali privi di sostanza hanno saturato i canali digitali, contribuendo a un declino dell’attenzione, con il tempo medio di concentrazione sceso a 8 secondi.
Tutto ciò si sta già traducendo in una magmatica inflazione qualitativa: più produzione, meno valore e tanto rumore per nulla!
Ecco dunque che l'improprio, maldestro e incapace uso dell'intelligenza artificiale rischia di diventare un incontrollabile acceleratore del fenomeno Brain Rot. Un fenomeno che ci sta già sommergendo con un'enorme montagna di spazzatura.
Quindi, come già affrontato nell'articolo di grande successo dedicato ai rischi dell'Intelligenza artificiale, non è l’AI in sé il problema che porta al Brain Rot.
Il vero nodo è come decidiamo di usarla.
Il valore farà sempre la differenza.
In una riflessione più ampia, guardando al passato, studiando i comportamenti degli utenti e i cicli economici, siamo certi che tutta questa confusione prima o poi stancherà. Quando ad esempio il rumore sarà diventato talmente insopportabile, con brand e prodotti diventati tutti uguali, al punto tale da spingere le persone a recuperare l'identità e l'unicità persa.
Scegliendo di conseguenza solo quelle fonti informative che hanno stoicamente continuato a produrre valore in modo autentico. Ovviamente fuori dalla massificazione standardizzata. Per fonti informative intendiamo tutto: dalla singola entità privata che vuole comunicare una sua esperienza diretta, fino all'azienda strutturata che vuole veicolare gli effetti della qualità dei suoi prodotti o servizi.
Siamo pertanto certi che in un prossimo futuro gli utenti, ormai saturi di spazzatura digitale, raggiungeranno quella libertà e quella capacità di discernimento nell'affidare la loro preziosissima attenzione. Oltre che i loro risparmi, i loro acquisti, il loro tempo, le loro preferenze e via discorrendo.
Senza quindi cadere nel trappolone dell'ipnotica "suggestione" digitale.
Siamo altresì convinti che le realtà che in futuro avranno successo non saranno quelle che oggi urlano più forte sulla piazza delle banalità digitali, del Brain Rot o del nulla assoluto. Lo avranno solo quelle realtà che oggi decidono di concentrare gli sforzi nella produzione di contenuti di valore. Perché tra l'altro, questo bene prezioso non si misurerà solo in termini economici ma anche in termini di impatto umano: ispirazione, educazione, piacere, stimolo, riflessione.
Ovviamente, tra queste realtà ci saranno soprattutto quelle che saranno state in grado di comunicarlo meglio, raggiungendo il loro pubblico target in maniera efficace. Ossia rendendo visibili i loro contenuti ai motori di ricerca basati sull'AI.
Il problema siamo solo noi.
Giunti alla fine di questo "lungo ma succinto" articolo, crediamo comunque importante precisare ai nostri numerosi lettori che non vogliamo affatto demonizzare paure come il Brain Rot o l’Intelligenza Artificiale.
Approcciare infatti l'evoluzione con un atteggiamento di chiusura, per noi è sempre un ingiustificabile sbaglio perché si rischiano di perdere i molti vantaggi che ogni situazione offre. Anche quando la si ritiene inizialmente negativa o pericolosa.
C'è sempre un'opportunità da scoprire, almeno per chi come noi è per formazione abituato a rendere un apparente limite in una grande opportunità di crescita. Si pensi alla storia delle grandi aziende multinazionali e alle condizioni in cui sono nate. Apple e Amazon in un garage, Luxottica nei limiti di un'area depressa, Zara in un piccolo e modesto negozio di paese e via discorrendo.
Non è quindi la tecnologia a renderci stupidi con il Brain Rot, come non lo sono i modelli di business dei grandi potentati economici che controllano le AI. È solo il modo in cui scegliamo di usare gli strumenti digitali e se vogliamo essere controllati da chi vuole fare subdolamente business, politica o intervenire sui processi sociali.
Le AI sono straordinarie: ci aiutano a lavorare meglio, ad imparare velocemente e a risolvere problemi complessi. Se invece passeranno da strumento di aiuto al ruolo di padrone, allora ci saranno seri problemi.
Il brain rot non è un destino inevitabile. Le aziende italiane hanno pertanto l’opportunità di emergere, ma devono scegliere la qualità al posto del rumore. Un e-commerce che racconta ad esempio la storia di un prodotto artigianale, o un’azienda che condivide approfondimenti utili, non solo attira clienti, ma si rende visibile in un mondo dominato dalle intelligenze artificiali.
